Pillole di toponomàstica: nomi di luogo e archeologia nel territorio dell’Alto Sangro

In alcune località dell’Alta Val di Sangro è ancora oggi possibile osservare i resti di antichi edifici, ormai diventati parti integranti del paesaggio. A volte, le rovine di queste strutture vengono indicate dalle comunità locali con nomi divenuti nel tempo dei veri e propri toponimi della zona: basti pensare, ad esempio, ai castelli di Pescasseroli (a Castéllë o zë Castéllë ) e Barrea          (u Caštéglië). L’intento del presente articolo è quello di porre l’attenzione sui nomi di tre luoghi, rispettivamente appartenenti ai territori comunali di Barrea, Civitella Alfedena e Opi, caratterizzati dalla presenza sul terreno di resti di strutture antiche che interessano l’archeologia medievale nei primi due casi e l’archeologia moderna nell’ultimo:

1. U Študië, un monastero-fortilizio costruito su di una rupe a picco sulla Foce di Barrea in seguito alla distruzione, ad opera degli ungari, del monastero di S. Angelo in Barreggio nel 937. Lo Studio fu edificato per iniziativa del monastero di Montecassino, presente con i suoi monaci in Alto Sangro a partire dal 1017, quando l’intera area venne ceduta dal monastero di S. Vincenzo al Volturno.[1] Nei secoli successivi, i monaci abbandonarono lo Studio e nel corso del XVIII secolo l’edificio divenne la sede della scuola pubblica dell’Università di Barrea. Dopo di che il fabbricato cadde in stato di abbandono e le sue rovine vennero adibite a stalla tanto che fino a qualche decennio fa l’edificio era conosciuto dai barreani come u Pagliarë di Študië «il pagliaio dello Studio».[2] La struttura dello Studio è posta ai margini del centro storico di Barrea e ha subito negli ultimi decenni ulteriori danni quali il crollo della parete nord a causa del terremoto del 1984 ed il crollo della parete ovest durante l’inverno del 2006.[3]                                                                        Per quanto riguarda la motivazione del nome Studio, questa potrebbe derivare dall’originaria funzione di residenza monacale dell’edificio, il quale, nell’immaginario popolare, è diventato sede di studi condotti da monaci dotti.

©2018 vallisregia © 2018 (http:// vallisregia.it)

Figura 1 – La posizione dello Studio all’interno del centro storico di Barrea.

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Figura 2 – La struttura dello Studio oggi.

2. Rocca Tre Monti (sulla mappa dell’IGM), llë Casarèlla «le casette» in dialetto civitellese. Il toponimo si riferisce alle rovine dell’antico centro abitato di Rocca Intramonti, fondato, intorno all’anno 1000, dai monaci di Montecassino ai piedi della Camosciara per difendere il monastero benedettino di S. Angelo in Barreggio. Nell’ambito delle lotte tra il papato e l’imperatore Federico II, l’abitato di Rocca Intramonti subì, nel 1240 circa, un’incursione da parte delle truppe del potente cardinale Giovanni Colonna. Nonostante questo evento traumatico, la vita nell’abitato di Rocca Intramonti continuò almeno fino all’inizio del XV secolo, quando i suoi ultimi abitanti lo abbandonarono per stabilirsi in parte nel nascente insediamento di Villetta Barrea ed in parte nel rinato centro abitato di Civitella Alfedena.[4]

©2017 appenninico © 2017 (http:// appenninico.it)

Figura 3 – Le ultime rovine, visibili ancora oggi, dell’abitato di Rocca Intramonti.

3. Il Blockhaus di Val Fondillo, conosciuto dagli opiani come i Bbarraccónë i jë Bbrëjandë «il baraccone dei briganti». Sono i ruderi di un avamposto militare situato lungo la dorsale settentrionale di Colle dell’Osso (mappa IGM). Si tratta di un Blockhaus, ovvero di un fortino edificato dall’ esercito italiano per contrastare il brigantaggio post-unitario. Della struttura originaria rimangono soltanto le mura perimetrali a pianta rettangolare (6 x 20 m) mentre il resto dell’edificio è andato perduto. Probabilmente, il Blockhaus fu costruito intorno al 1863 e utilizzato almeno fino al 1870. Fu eretto in una posizione strategica poiché dall’alta Val Fondillo era possibile intervenire lungo il corridoio di passaggio che collegava la Valle di Canneto con l’Alto Sangro e con l’Alto Molise. Difatti, questo asse di collegamento era frequentato dai gruppi armati di alcuni noti capi briganti quali Domenico Fuoco, Chiavone, Crocitto e Tamburini.                                                Inoltre, secondo i più anziani, poco distante dal Bbarraccónë i jë Bbrëjandë era visibile, fino a settanta anni fa, i Trëngërónë «il trincerone», un camminamento che faceva parte del complesso difensivo del Blockhaus. Sempre secondo le testimonianze dei più anziani, la scomparsa dei resti di questo scavo sarebbe stata accelerata dall’intenso sfruttamento dei boschi di questa area.                                              Fotografia di Francesco Raffaele (http://francescoraffaele.com)

Figura 4 – I resti delle mura perimetrali del Bbarraccónë i jë Bbrëjandë.

I luoghi appena descritti sono caratterizzati dalla esistenza dei resti di antiche strutture tenuti in conto dalle comunità locali tanto da ricevere dei nomi particolari. Ciò dimostra come la storia di questi edifici, nonostante siano pressoché scomparsi, sopravvive nell’immaginario popolare che, seppure in modo vago, continua a serbarne memoria.

Qualche lettura per saperne di più:

Boccia Davide, La toponomastica dell’Alta Val di Sangro, Torino 2017, Tip. Monti.

Cianchetti Geremia (a cura di), Il Monastero di S. Angelo in Valle Regia, Castel di Sangro 1999, Grafica Epam.

D’Andrea Uberto, Appunti e documenti sulle vicende storiche di Barrea, Gavignano 1963, Scuola Tipografica.

D’Andrea Uberto, Memorie storiche di Villetta Barrea, Casamari 1987, Tip. dell’Abbazia.

D’Andrea Uberto, Il brigantaggio dopo l’Unità nell’alta valle del Sangro e nell’alto Volturno (1860-1871), Casamari 1992, Tip. dell’Abbazia.

 

[1] D’Andrea Uberto, Memorie storiche di Villetta Barrea, 1987, Tip. Abbazia di Casamari, p. 17.

[2] Per questa informazione si ringrazia Antonio Di Felice.

[3] www.vallisregia.it, Arte e Cultura – Lo Studio, (sito consultato nel mese di giugno del 2018).

[4] D’Andrea Uberto, Memorie storiche di Villetta Barrea, 1987, Tip. Abbazia di Casamari, pp. 17-21.

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