“Custodi d’api”: breve storia recente dell’apicoltura nella Marsica
Il presente articolo verte sulla storia recente dell’apicoltura nella Marsica, un’attività oggi valorizzata anche dalle istituzioni locali in quanto il miele può essere annoverato fra quei prodotti che conferiscono identità alla subregione marsicana, specialmente alla sua parte più montagnosa. Difatti, l’articolo intende esplorare il mondo sia dell’apicoltura tradizionale (ponendo l’attenzione su alcuni termini dialettali ad essa inerenti) che quello della cosiddetta apicoltura razionale, diffusasi in Italia pressoché capillarmente nel corso della seconda metà del secolo scorso. Verranno così delineati, senza entrare nei dettagli tecnici, i principali cambiamenti avvenuti negli ultimi cinquanta anni nell’allevamento delle api, un’attività da sempre praticata solo da pochi individui intraprendenti. Proprio per tale ragione l’apicoltura è spesso passata inosservata specialmente se paragonata, all’interno dell’ambito marsicano, alla pratica della transumanza che invece, per secoli, ha coinvolto diversi milioni di capi di bestiame e migliaia di uomini di ogni estrazione sociale.
L’abitudine da parte dell’uomo di raccogliere il miele in natura è rappresentata già in una pittura rupestre, risalente a circa 8.000 anni fa, della Grotta del Ragno (las Cuevas de la Araña in spagnolo), nei pressi del comune spagnolo di Bicorp, nella comunità autonoma Valenzana, mentre scene di raccolta e di conservazione del miele sono presenti nell’Antico Egitto nel tempio di un re della V dinastia (2.400 a.C., ovvero durante l’Antico Regno) ad Abusir. Più tardi, per quel che riguarda la cultura latina, nel I secolo a.C., Virgilio, nel Libro IV de le Georgiche, descrive le api, spiega quando raccogliere il miele, con quali tecniche farlo e come curare le malattie che possono colpire questi insetti melliferi.

fonte Wikipedia, Cueva de la Araña, (http://it.wikipedia.org/)
Figura 1 – La pittura rupestre della Grotta del Ragno in cui una figura umana, aiutandosi con delle liane, raccoglie del miele arrampicata su di un albero. Sulla destra si possono notare quelle che sembrano essere delle api disturbate dall’incursione del raccoglitore.
Simili antiche testimonianze del rapporto fra uomini e api non sono presenti nella Marsica dove, sulla base dei ricordi familiari degli apicoltori intervistati, la memoria dell’esistenza della pratica dell’apicoltura nei nostri paesi giunge al massimo alla fine del XIX secolo. In merito a ciò, a Opi è attivo, fin dal 1865, un ramo della famiglia Arcangelis del Forno noto ancora oggi all’interno della comunità opiana come jë Mëlarë (lett. «i produttori di miele») il cui rappresentate è oggi Tommaso Arcangelis del Forno, ancora operativo, insieme al suo nucleo familiare, nel campo della produzione di miele. In ogni modo, l’assenza di testimonianze non esclude che nella Marsica l’apicoltura sia stata praticata, come altrove, fin da epoche remote.

Fotografia di Davide Boccia
Figura 2 – Alcune delle arnie di Tommaso Arcangelis del Forno.
Fino agli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, nella campagna, così come nella montagna italiana, l’apicoltura praticata era per la maggior parte ancora di tipo tradizionale in quanto gli sciami di api selvatiche (appartenenti alla specie nota con il nome di scientifico di Apis mellifera)[1] venivano catturati in natura in primavera. Specificatamente, nella Marsica, date le condizioni climatiche tipiche della montagna appenninica, le api possono effettuare la sciamatura, che consiste nella ricerca di un luogo adatto ad ospitare un nuovo alveare, intorno alla metà del mese di aprile.[2] Mario Iacobacci, apicoltore nativo di Carrito, frazione del comune di Ortona dei Marsi, ricorda come fino a circa 60 anni fa non appena qualcuno avvistava per primo uno sciame d’api posato sui rami di un albero[3] iniziava a produrre del forte rumore per segnalare agli altri potenziali competitori il proprio diritto a catturare gli insetti. Riguardo a questa curiosa abitudine, Mario Iacobacci riporta come, nel passato, in alcune persone fosse presente la convinzione secondo la quale le api, una volta udito il rumore, si sarebbero fermate come ipnotizzate. Oltre a ciò, il diritto alla cattura dello sciame da parte di chi lo avvistava per primo autorizzava l’interessato a violare anche la proprietà privata altrui se la situazione lo rendeva necessario ai fini della cattura. In tal caso, chi catturava lo sciame doveva comunque rimborsare gli eventuali danni arrecati al patrimonio del proprietario del terreno nel quale era avvenuta l’irruzione.

fonte Salva le Api (http://it.salvaleapi.org/)
Figura 3 – Uno sciame di api posatosi sul ramo di un albero.
Dopo aver catturato l’ape regina e il suo sciame, quest’ultimo veniva sistemato dall’apicoltore all’interno di un bugno villico, un’arnia rudimentale realizzata con assi di legno, oppure direttamente ricavata da sezioni di tronchi cavi o da botti di legno. Il bugno era chiuso da un coperchio superiore in modo da proteggere la colonia di api che nel frattempo costruiva l’alveare e pertanto iniziava a produrre e ad accumulare il prezioso miele.[4] A partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, le moderne arnie razionali, dotate di telai mobili, sostituirono velocemente i tradizionali bugni villici.[5]

Fotografia di Davide Boccia
Figura 4 – Esemplare originale di bugno villico, oggi non più utilizzato, di proprietà della famiglia Arcangelis del Forno.
Nei dialetti dell’Italia centro-meridionale, per indicare il bugno tradizionale viene utilizzato il tipo lessicale cupo, dal latino regionale *cūpu(m), a sua volta dal latino cūpa f. «botte, tina».[6] Ciò è documentato dalla carta 1157, dedicata ai vari nomi dell’arnia, dell’Atlante linguistico ed etnografico dell’Italia e della Svizzera meridionale (1928-1940). Difatti, la carta linguistica in questione attesta l’uso della voce cupo in alcune aree marginali situate nella parte orientale della regione Toscana, nell’Umbria centrale e occidentale, in Abruzzo (esclusa la fascia settentrionale)[7], nel Lazio meridionale, in Molise, nella provincia di Foggia, in Campania, in Calabria lungo la dorsale appenninica e nella zona orientale della Sicilia.[8] Per quanto concerne la Marsica, i nomi dialettali utilizzati per indicare il bugno rispecchiano fedelmente il quadro lessicale delineato dall’Atlante Italo-svizzero. Effettivamente, a Opi, ad Ortona dei Marsi[9] e ad Aielli i cupë è sia il bugno che l’alveare naturale, mentre, se a Casali d’Aschi, frazione di Gioia dei Marsi, i cupë denomina l’ape[10], a Celano i cupë dë j’assàmë indica anche lo sciame d’api oltre che l’arnia.[11]

fonte Associazione Tegliese Prati delle Pars (http://pratidellepars.it/)
Figura 5 – Due esemplari di bugni villici, molto simili a quello della famiglia Arcangelis del Forno, in uso nel 2012 presso Teglio Veneto, in provincia di Venezia.
Nella Marsica, le tecniche dell’apicoltura tradizionale erano in grado di produrre esclusivamente il miele millefiori che veniva venduto a fine stagione, quindi verso la fine del mese di ottobre, subito dopo essere stato raccolto dai bugni poiché le moderne tecnologie volte a evitare la cristallizzazione del prodotto in questione non erano ancora pervenute. Inoltre, se la pappa reale non veniva estratta dalle arnie come invece avviene al giorno d’oggi, l’acqua mëlata[12] lett. «l’acqua mielata» (a Opi nota come l’acqua mëlélla)[13], una glassa di colore ambrato un tempo ricavata dall’ebollizione dell’acqua utilizzata per il lavaggio della cera, era di uso comune presso le famiglie produttrici di miele. Al riguardo, Fabio Alberto, apicoltore di Aielli, ricorda come quest’ultima, oggi non più prodotta, venisse consumata abitualmente a colazione.

fonte Freepik (http://freepik.com/)
Figura 6 – Operazione di taglio della cera da un telaio mobile.
La distribuzione del miele ad opera del produttore avveniva nella ristretta cerchia del vicinato. Così accadeva a Opi dove, negli anni Sessanta del secolo scorso, oltre alla storica famiglia dei Mëlarë (Arcangelis del Forno), furono attivi in questo ambito anche Melania Ursitti e, successivamente, Carmine Sabatini come produttori e Nunziata Boccia come rivenditrice. A Pescasseroli, invece, pressoché nello stesso periodo, si distinsero nella piccola produzione di miele Mario Notarantonio, Angelico Tudini, Mario Di Pirro (Mariuccë Tabbacchë), l’Ing. Francesco Ricciardi e Bernardo Trillò, ex sindaco di Pescasseroli.[14]

Fotografia di Davide Boccia
Figura 7 – Alcune delle arnie realizzate da Mario Di Pirro ancora oggi visibili a Pescasseroli in via Castello.
Chi per motivi anagrafici possiede ricordi diretti di questa tipologia di produzione ancora quasi del tutto tradizionale, si ricorderà sicuramente del colore bianco del miele e di come quest’ultimo, avente una consistenza solida a cui oggi non si è più abituati in seguito alla diffusione delle moderne tecniche di trattamento e di conservazione, venisse direttamente distribuito a pezzi alle donne di casa le quali si recavano dai produttori oppure dai rivenditori con tazze o con pentolini. In merito a ciò, Carlo Alberto Pietrangeli, apicoltore di Poggio Cancelli, frazione di Campotosto, rammenta come, fino agli anni Sessanta del XX secolo, il miele fosse l’unico dolcificante per alimenti alla portata della gente comune in un’epoca storica nella quale il miracolo economico italiano non aveva ancora reso comune sulle tavole lo zucchero bianco. Effettivamente, le donne usavano il miele nella preparazione dei dolci come nel caso delle ferratelle farcite.[15] A volte, il miele veniva venduto dai produttori anche al di fuori della propria comunità. Questo, ad esempio, era il caso della famiglia Arcangelis del Forno che forniva il proprio miele alla storica pasticceria Petrarca di Castel di Sangro oggi non più esistente.[16] Al riguardo, Armando Ciaccia, apicoltore celanese, ricorda l’arrivo a Celano di apicoltori provenienti dalle aree limitrofe alla costa abruzzese i quali vendevano il proprio miele in coni di carta. Invece, per quanto concerne la cera, questa poteva essere adoperata nella produzione di candele. Difatti, Carlo Alberto Pietrangeli ricorda come, fino alla metà del secolo scorso, a Poggio Cancelli tale operazione veniva eseguita attraverso l’antica tecnica ad immersione.

fonte Mosearte.it (http://mosearte.html/)
Figura 8 – Immagini utili a dimostrare come avviene la realizzazione delle candele di cera mediante la tecnica ad immersione.
Nella Marsica, oggi come 70 anni fa, la fine della stagione della raccolta del nettare giunge per le api nel corso del mese di ottobre, quindi in autunno inoltrato. Effettivamente, a causa del sopraggiungere delle basse temperature le api si rifugiano all’interno dell’alveare e si radunano tutte insieme formando un glomere nel cui centro la temperatura si assesta intorno ai 20 gradi grazie a delle contrazioni dei corpi degli insetti. Tutto ciò si verifica quando esternamente all’alveare la temperatura inizia a scendere al di sotto dei 10 gradi.[17] Nel passato, nell’apicoltura tradizionale praticata in montagna, proprio al termine della stagione produttiva delle api, avveniva in genere l’apicidio, ossia l’uccisione delle api mediante la combustione di pastiglie di zolfo per estrarre il miele dall’arnia. Tale pratica, oggi fortunatamente percepita come scellerata, non viene più praticata tanto è vero che ormai gli apicoltori possono essere definiti, per utilizzare una felice definizione di Mario Iacobacci, “custodi d’api”. Difatti, i moderni apicoltori lasciano le scorte di miele necessarie all’alveare per superare la stagione invernale, mentre, nel passato, si toglievano egoisticamente tutti i favi in modo da ricavare la quantità maggiore possibile di miele. Inoltre, al giorno d’oggi, molti produttori di miele praticano un’apicoltura nomade poiché con l’arrivo delle basse temperature autunnali e invernali spostano le arnie in luoghi che beneficiano di un clima più mite in quanto situati ad altitudini inferiori. La triste pratica dell’apicidio non era attuata ovunque. A tal riguardo, Carlo Alberto Pietrangeli riferisce come nelle zone di Fondi e di Itri, in provincia di Latina, gli sciami non venivano soppressi poiché il clima caldo di quell’area permette, durante tutto l’anno, una maggiore attività da parte delle api all’esterno dell’alveare. Oltre a ciò, in questi territori con un clima più caldo gli apicoltori riuscivano ad ottenere due raccolti. Effettivamente, Alessandro Pagliara, apicoltore alvitano, testimonia come ad Alvito, nel versante laziale del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, in provincia di Frosinone, gli apicoltori hanno da sempre effettuato una prima raccolta in primavera ed una seconda a fine estate. Nei territori marsicani, invece, date le condizioni climatiche rigide, si era quasi sempre obbligati ad attendere la fine della bella stagione per avere una produzione di miele soddisfacente.[18]

fonte Confagricoltura.it (http://confagricoltura.it/)
Figura 9 – Trasporto di arnie su camion per lo spostamento stagionale verso territori più caldi.
Anche la varietà del miele che oggigiorno si produce è aumentata. Ad esempio, oltre al classico millefiori, si è ormai diffuso il miele d’acacia, di biancospino, di ciliegio e di castagno.[19] Tuttavia, per quanto concerne l’apicoltura praticata nel territorio marsicano, quest’ultima è in grado di sfruttare la presenza di alcune piante mellifere dalle quali si ricavano delle produzioni che non hanno nulla da invidiare a quelle realizzate in aree più calde. In merito a ciò, si possono menzionare la stregona, la santoreggia montana e il trifoglio incarnato, tre specie presenti nella Valle del Giovenco, specificatamente nel territorio di Ortona dei Marsi che si fregia non a caso del titolo di “Città del Miele”.[20] Ma, il profondo legame tra la Valle del Giovenco e l’apicoltura può essere esemplificato dalla storia, ormai risalente ad un secolo fa, del Sig. Barbati di Pescina, il quale, originariamente impiegato presso le Ferrovie dello Stato a Trieste, durante il ventennio fascista fu vittima delle epurazioni operate dal regime nei confronti di chi si rifiutava di aderire, almeno pubblicamente, al nuovo Stato. Di conseguenza, Barbati, rimasto disoccupato in quanto licenziato, tornò a Pescina e nella vicina Villa Santa Maria, frazione di Ortona dei Marsi, divenne proprietario di 200 arnie.[21]

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Figura 10 – Cartello stradale collocato lungo la Strada Provinciale 17 nei pressi di Rìvoli, frazione di Ortona dei Marsi, che ricorda lo storico legame tra questo centro della Valle del Giovenco e la produzione di miele.
La componente fortemente resiliente della vicenda personale del Sig. Barbati, ricorda come l’apicoltura, frutto della collaborazione tra due società animali per certi versi simili, ovvero quella delle api e quella degli esseri umani, sia un mondo abituato a interfacciarsi quotidianamente con le difficoltà. Queste ultime sono oggi rappresentate dai repentini cambiamenti climatici, i quali, specialmente attraverso il cosiddetto “caldo anomalo”, hanno sempre più spesso alterato le tempistiche, la qualità e la quantità della produzione di nettare delle piante mellifere, e dalla varroa, un parassita in grado di sterminare nell’arco di poco tempo interi sciami di ape europea vanificando così l’appassionato e paziente lavoro degli apicoltori nostrani le cui fila vengono fortunatamente ingrossate da alcuni giovani ingegnosi e intraprendenti che cercano di dare vita ad una moderna economia di montagna.[22]
* Per la stesura di questo articolo non posso fare a meno di ringraziare i seguenti apicoltori dai quali proviene la maggior parte delle informazioni qui riportate: Tommaso De Arcangelis del Forno (Opi), Gerardo Notarantonio, figlio dell’apicoltore Mario Notarantonio (Pescasseroli), Mario Iacobacci (originario di Carrito, frazione di Ortona dei Marsi, gestisce un’azienda apistica nella frazione ortonese di Rìvoli), Fabio Alberto (Aielli Stazione), Armando Ciaccia (Celano), Carlo Alberto Pietrangeli (Poggio Cancelli, frazione di Campotosto) e Alessandro Pagliara (Alvito, in provincia di Frosinone). Si ringrazia anche Aimone Decina, cultore del dialetto pescasserolese, per aver gentilmente fornito allo scrivente un quadro dell’apicoltura esistente a Pescasseroli nella seconda metà del secolo scorso.
[1] Nel dialetto opiano l’ape è l’apa.
[2] Lo sciame è chiamato i sciamë e a / së sciamë rispettivamente a Opi e a Pescasseroli, mentre viene indicato come i ssamë ad Aielli (dove tëné i ssamë lett. «avere lo sciame» significa allevare le api), j’assamë a Ortona dei Marsi e a Celano e lu ssame a Poggio Cancelli, frazione di Campotosto. Tutti i termini appena ricordati, analogamente all’italiano sciame, provengono dal latino (e)xāme(n), neutro, derivato di exigĕre «far uscire».
[3] A Opi con l’espressione l’apë òvë sciamatë lett. «le api hanno sciamato» si intende proprio la sciamatura delle api.
[4] Nei vari dialetti marsicani il miele è lë mèlë, lë mélë o lo mèlo, dal latino melĕ(m).
[5] Ad Aielli le moderne arnie vengono chiamate in dialetto cascéttë «cassette».
[6] Ernesto Giammarco, Lessico etimologico abruzzese, 1985, p. 52.
[7] Nell’Abruzzo settentrionale, così come nelle Marche meridionali e nel Reatino, è in uso il tipo arcèlla, dal latino arcĕlla «piccola cassa», diminutivo di arca (Ernesto Giammarco, Lessico etimologico abruzzese, 1985, pp. 206-207).
[8] Jaberg Karl, Jud Jakob, Sprach – und Sachatlas Italiens und der Sudschweiz, VI vol., Zofingen (1928-1940), Ringier, karte 1157.
[9] A Carrito la forma plurale di cupë cambia in chiùpë «arnie».
[10] Per questa informazione si ringrazia il Sig. Emilio Roselli.
[11] Per questa informazione si ringraziano la Sig.ra Teresa Lucia Ciaccia e il Sig. Armando Ciaccia.
[12] Durante le interviste finalizzate alla stesura del presente articolo, il nome acqua melata è stato fornito dagli apicoltori Mario Iacobacci (Carrito, frazione di Ortona dei Marsi) e Fabio Alberto (Aielli Stazione).
[13] Per questa informazione si ringrazia il Sig. Tommaso Arcangelis del Forno.
[14] Per queste informazioni si ringraziano il Sig. Aimone Decina e il Sig. Gerardo Notarantonio, figlio di Mario Notarantonio.
[15] Le ferratelle, farcite con miele e con mandorle, a Opi sono note come lë scarpèllë, mentre a Pescasseroli sono conosciute come lë cangëlléttë.
[16] La Premiata Pasticceria e Confetteria di Pasquale Petrarca, già attiva negli anni Trenta del secolo scorso, si trovava a Castel di Sangro in Corso Vittorio Emanuele presso gli odierni numeri civici 68 e 70 (per queste informazioni si ringrazia il Sig. Alessandro Teti di Castel di Sangro).
[17] Informazioni reperite da una videointervista rilasciata dall’apicoltore Federico Tesser alla testata giornalistica VareseNews e pubblicata da quest’ultima il 31/01/2023 sul relativo canale You Tube (https://www.youtube.com/watch?v=uHRNyI_tgyU&pp=ygUQYXBpIGluIGludmVybm_DuQ%3D%3D).
[18] Ad Aielli il verbo smëlà lett. «smielare» indica proprio l’operazione della smielatura.
[19] Il castagno, specie del tutto assente nella parte abruzzese del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, è invece diffuso nella vicina Valle Roveto.
[20] Mario Iacobacci, durante l’intervista, ha fornito i nomi dialettali con i quali la stregona, la santoreggia montana e il trifoglio incarnato sono noti nella frazione di Carrito. Questi ultimi sono rispettivamente i marróië (termine indicante anche il marrubio comune), la tuma e l’èrba prata. I tumacchië indica invece la pianta della santoreggia montana con l’intera zolla di terra. I fitonimi dialettali appena menzionati sono tutti riscontrabili in Flora Popolare d’Abruzzo (2001) di Aurelio Manzi.
[21] A Carrito, altra frazione di Ortona dei Marsi, era invece attivo Domenico Di Nicola (Dëmìnëchë dë Sëndzurra) (per queste informazioni si ringrazia il Sig. Mario Iacobacci).
[22] Nel solo Alto Sangro, nel tratto di valle che va da Pescasseroli a Castel di Sangro, si possono contare almeno 7 apicoltori oltre a quelli già menzionati all’interno dell’articolo.
