Intervista a Giulia Innocenzi, ospite a Pescasseroli con il suo “Tritacarne”

Un’inchiesta riversata nell’inchiostro. Giulia Innocenzi, giornalista prodigio, presenta a Pescasseroli lo scabroso “Tritacarne” per accendere un faro sull’allevamento intensivo. Ogni descrizione è terribilmente icastica. Ogni documento o stralcio di legge è una coltellata. Ne vien fuori un libro che è un tributo alla verità. Cosa finisce sulle nostre tavole, come si agisce nella trafila produttiva sono le domande sempre presenti in filigrana anche quando compaiono esperienze personali. “Tritacarne” macella le coscienza. Ha una scrittura ambiziosa perché vorrebbe cambiare. E sì, alla fine della lettura, qualcosa, almeno nella coscienza, è cambiato.

Lei cita nel suo libro prodotti simbolici del made in Italy provenienti soprattutto dal Nord. C’è dunque una differenza tra Nord e Sud nel ricorso all’allevamento intensivo?

L’allevamento intensivo per il 70% sta nella Pianura Padana dove è concentrata la maggior parte di stabilimenti di questo tipo, mentre al Sud questa realtà è molto meno presente se non quasi del tutto assente. Quindi è una realtà che affligge soprattutto Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Piemonte.

Ci sono possibilità di rivoluzionare il sistema dei piccoli allevamenti. Ma per le grandi industrie è possibile un cambiamento radicale?

È molto difficile perché l’allevamento intensivo è stato scelto come modello proprio perché fa risparmiare tanti soldi. Quindi vengono ammassati tanti animali in spazi ristretti così è possibile tagliare i costi di molto. Al momento per i produttori non ci sono ragioni economiche per fare un cambio di rotta. L’unica ragione sarebbe se ci fosse maggiore trasparenza, dunque se sulle etichette ci fosse scritto che è un prodotto di un allevamento intensivo. A quel punto molti sarebbero disincentivati a produrre con l’allevamento intensivo. Però oggi in Italia questa possibilità delle etichette trasparenti non c’è.

Una legislazione a riguardo sembra esserci. Allora il punto di debolezza sono i controlli?

La legge regolamenta le storture dell’allevamento intensivo. Abbiamo situazioni in cui addirittura la legge autorizza l’allevatore a tagliare la coda dei maiali per evitare che se la mangino tra di loro, aggiungendo a questo che i controlli dovrebbero esserci. Mentre in realtà sono molto superficiali, esigui di numero e spesso i veterinari tendono a chiudere un occhio rispetto alle norme sul benessere animale.

Qualora il consumatore cambi il suo regime alimentare rifiutando cibi prodotti dall’allevamento intensivo lo si può considerare una presa di posizione politica?

Il cambiamento può passare solo dalle scelte del consumatore. Il cambiamento può essere di tipo economico. Quando ognuno di noi al supermercato sceglie cosa comprare fa una scelta politica. Il cambiamento passa per gli scaffali del supermercato. Dopodiché è necessario un cambiamento dall’alto, quindi che siano i politici a mettere mano alle leggi. Con diversi parlamentari ho presentato un pacchetto di proposte concrete tra cui per esempio le telecamere nei macelli per evitare molti dei soprusi che avvengono, oppure la rotazione dei controlli veterinari e le etichettature trasparenti sui metodi di allevamento cosicché possano essere i cittadini a scegliere cosa mangiare.

FEDERICA TUDINI

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