La Società delle Erbe Seconde di Pescasseroli

Nel presente articolo si intende descrivere il funzionamento della Società delle Erbe Seconde di Pescasseroli e spiegarne, per quanto possibile, le ragioni dell’esistenza. Questa associazione, molto simile ad una Comunanza Agraria, ha costituto, dalla metà del XIX secolo fino agli ultimi decenni del secolo scorso, una modalità originale di gestire il rapporto tra pastorizia transumante e agricoltura di montagna.                                                                                                                              Nel mese di marzo di ogni anno, il comune di Pescasseroli provvedeva ad affittare nei “quarti bassi”[1] le “seconde erbe” ovvero il pascolo di fine estate[2] sulle stoppie, sui prati sfalciati e sui pascoli bassi di proprietà sia comunale che privata. In questo modo venivano gestite le esigenze di pascolo estivo delle greggi transumanti e allo stesso tempo si sfruttavano in maniera ottimale le erbe che crescevano dopo le piogge di fine estate. Il comune, poi, cedeva parte del ricavato dell’affitto delle “seconde erbe” alla Società delle Erbe Seconde e tratteneva nelle sue casse la restante quota.

Figura 1 – La sede della Società delle Erbe Seconde di Pescasseroli in piazza Vittorio Veneto.

La Società delle Erbe Seconde di Pescasseroli fu ufficialmente riconosciuta dal decurionato (l’amministrazione comunale dell’epoca) nel 1847.[3] Questa società era diretta da un consiglio di amministrazione le cui cariche principali erano costituite dal presidente, dal segretario e dal cassiere. Le norme che regolavano il funzionamento della società pescasserolese sono codificate all’interno di uno statuto di cui si riportano qui di seguito i primi due articoli dei 36 che lo compongono:

  • 1 I proprietari terrieri del Comune di Pescasseroli, conforme ad usi ab immemorabili, mantengono nell’agro di Pescasseroli, e a seconda le consuetudini in quello di Opi[4], la comunione delle erbe estive, per cui ritirati i primi prodotti, le erbe vanno annualmente vendute all’asta pubblica e a fida aperta [5], ai maggiori offerenti, o usufruite, su predeterminato corrispettivo in pastura promiscua da animali dei naturali dei luoghi –
  • 2 Scopo di questa associazione è trarre utile dalle erbe estive dell’agro, che altrimenti andrebbero in perdita con detrimento della locale industria ovina, equina e bovina, che forma la sorgente precipua della ricchezza della contrada –

Per diventare soci della Società delle Erbe Seconde bisognava essere proprietari di almeno un tomolo (2000 mq) di terreno aperto.[6] Un requisito, questo, posseduto da molti pescasserolesi dato che, negli anni Settanta del secolo scorso, le famiglie appartenenti all’associazione erano circa 700. Si può così comprendere per quale motivo la superficie messa a disposizione ogni anno per l’affitto delle “seconde erbe” fosse molto vasta tanto da raggiungere circa 2.500 ha, sufficienti al fabbisogno di circa 10.000 ovini.[7] Questi terreni formavano 12 comparti, detti frammisti poiché di proprietà sia comunale che privata e si estendevano nelle seguenti località del territorio comunale di Pescasseroli: Bocca di Forno; Pagliai; Campomizzo; Fosse di S. Paolo; la Canala; Filatoppa; Colli Alti; Colli Bassi; C.li Nascosti; le Foche Alte; le Foche Basse; Capalvona.[8]              Altri terreni, i cortili, situati nelle vicinanze del paese, erano invece tradizionalmente destinati allo stazionamento temporaneo delle greggi giunte dal Tavoliere pugliese oppure al pascolo degli animali non transumanti dei cardócchië, piccoli proprietari locali.[9]                                                    A Pescasseroli, a partire dal 1907, il comune cedeva i due terzi dell’affitto delle “seconde erbe” alla associazione,[10] la quale, a sua volta, utilizzava i fondi elargiti per pagare le imposte fondiarie sui terreni dei propri soci. Inoltre, quando le entrate provenienti dall’affitto delle “seconde erbe” erano più che sufficienti per pagare la fondiaria, la Società delle Erbe Seconde provvedeva alla realizzazione di opere di pubblica utilità come la ripulitura del letto del fiume Sangro al fine di evitare straripamenti ed esondazioni oppure la costruzione di nuovi fontanili o la manutenzione di quelli già esistenti. Difatti, alcuni fontanili, quali la Fóndë la Ggìggia e la Fóndë llë Vrègna, testimoniano ancora oggi gli anni floridi per le casse dell’associazione.                                                Invece, il comune, utilizzando la parte trattenuta del ricavo dell’affitto delle “seconde erbe”, pagava le squadre di cesaroli che avevano il compito di bonificare i pascoli dalle erbe velenose o da quelle non appetite dal bestiame.

Figura 2 – La Fóndë la Ggìggia lungo la SS 83.

 

 

 

 

                                                                                           Figure 3 e 4 – La Fóndë llë Vrègna e l’epigrafe di quest’ultima che ricorda l’intervento della Società delle Erbe Seconde nel 1928 (anno VI dell’era fascista).

L’organizzazione e le consuetudini della Società delle Erbe Seconde entrarono però in crisi tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso. Ad esempio, molte furono le proprietà private recintate arbitrariamente. Ciò fu consequenziale alla rapida scomparsa della pastorizia transumante e al notevole ridimensionamento dell’allevamento locale. Così, negli ultimi decenni, in molti hanno auspicato una riconversione dell’associazione basata sulle nuove esigenze dei tempi ormai mutati.

 

* Ringrazio Loredana Vitale per avermi supportato nella ricerca di informatori così come un sentito ringraziamento, per la collaborazione e la preziosa testimonianza, va a Francesco Tudini, ex consigliere della Società delle Erbe Seconde di Pescasseroli, dal quale provengono la maggior parte delle informazioni presenti in questo articolo.

 

[1] I “quarti bassi” erano costituiti dai terreni localizzati più a valle rispetto ai “quarti alti”, di competenza del comune.

[2] Il bestiame pascolava sui terreni delle “seconde erbe” dal mese di agosto fino agli inizi di ottobre.

[3] Manzi Aurelio, La gestione dei pascoli montani in Abruzzo e la Società Erbe Seconde di Pescasseroli ed Opi, 1990, p. 135.

[4] All’interno dello statuto, risalente agli inizi del secolo scorso, viene menzionata anche la Società delle Erbe Seconde di Opi dato che questo comune fu legato amministrativamente a Pescasseroli dal 1813 fino al 1854.

[5] L’espressione a fida aperta si riferisce ad un terreno all’interno del quale si può praticare l’esercizio del pascolo.

[6] I soci dovevano impegnarsi a non recintare i propri terreni e a rispettare sia la rotazione agraria che l’avvicendamento colturale. Inoltre, qualora il proprietario-socio fosse stato intenzionato a recedere dalla “comunione del pascolo” era obbligato a fare una domanda sia al consiglio comunale che alla società. Dopo di che era tenuto a recintare il proprio terreno.

[7] Ogni anno, in seguito alla “conta” degli animali presenti nel territorio di Pescasseroli, le autorità comunali e i rappresentati della Società erano in grado di prevedere la “capienza” di ogni terreno in modo da evitare il “sovraccarico” dei pascoli. Questa operazione era finalizzata a scongiurare lo sfruttamento eccessivo dei pascoli causato dalla presenza di un numero di animali sovrannumerario rispetto a quello originariamente valutato. Inoltre, erano le guardie campestri e gli uomini del Corpo forestale dello Stato a vigilare affinché i proprietari delle greggi rispettassero la “capienza” di ciascun fondo.

[8] Si ringrazia Francesco Tudini per queste informazioni.

[9] Le località utilizzate dagli animali dei cardócchië erano C.li dell’Oro e Piana delle Polverete.

[10] Manzi Aurelio, La gestione dei pascoli montani in Abruzzo e la Società Erbe Seconde di Pescasseroli ed Opi, 1990, p. 135.

 

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