La Segheria di Val Fondillo: un’ avventura industriale durata quasi mezzo secolo

Lo sfruttamento dell’ ingente patrimonio boschivo presente all’ interno del territorio comunale di Opi cominciò già attorno la metà del XIX secolo quando, come ricorda Nicola Vincenzo Cimini nel suo libro dedicato alla storia di Opi, il Decurionato opiano (l’ amministrazione comunale dell’ epoca) autorizzò alcune attività di taglio finalizzate a diversi scopi tra i quali figura anche quello di fornire di legname le Reali Ferriere di San Sebastiano dei Marsi.[1]

Fu però solo nei primi decenni del XX secolo che l’ industria del legno iniziò a procurare notevoli introiti per le casse del Comune di Opi. Difatti, nel 1922, la ditta boschiva De Capitani di Milano installò in Val Fondillo un impianto industriale finalizzato soprattutto alla prima lavorazione del legno. Successivamente, alla gestione della segheria, si succedettero altre imprese boschive quali Crugnale, Lancia e Jannarilli per giungere poi all’ arresto di ogni attività produttiva, avvenuto a metà degli anni Sessanta del secolo scorso, al quale seguì la caduta in stato di abbandono dell’ intero complesso. Dopo questa fase di decadenza, protrattasi per circa un trentennio, l’ insieme degli edifici che componevano la segheria fu oggetto di lavori di ristrutturazione, con il supporto di finanziamenti europei, ad opera dell’ Ente Autonomo del Parco Nazionale d’ Abruzzo, Lazio e Molise e destinato ad ospitare il Centro Visita di Val Fondillo. Parte integrante del Centro, attualmente gestito dalla cooperativa SO.R.T., è costituito dal Museo dell’ Uomo e della Foresta, inaugurato nel 2015 all’ interno del capannone principale della vecchia segheria.

©2013 terrepesculiasseroli © 2013 (http:// terrepesculiasseroli.it)

Figura 1 – La segheria di Val Fondillo negli anni Venti del XX secolo.

Ma come si svolgeva il lavoro della segheria negli anni Trenta del secolo scorso?                                  Tutto iniziava sui fianchi boscosi dei monti che delimitano la Val Fondillo dove i boscaioli si inerpicavano con le loro bestie da soma per abbattere gli alberi di faggio e trascinarli lungo ripidi valloni, jë calatùrë in dialetto opiano, fino alle mbòštë, i luoghi dove i mulattieri scaricavano i tronchi tagliati per poi trasportarli altrove.[2] In Val Fondillo, la mbòšta principale si trovava in località Fosso di Ciccio[3], raggiunta, a partire dal 1935, da binari sui quali viaggiavano grossi carrelli, trasportati, vuoti, verso monte mediante trazione animale (buoi o muli) e riportati a valle, carichi di tronchi, da un operaio mediante un sistema di leva-freno. I tronchi, una volta giunti a valle, venivano accatastati nei pressi dell’ impianto della segheria in attesa di essere trasformati in semilavorati come tavole o travi che, in seguito, sotto forma di traverse ferroviarie, avrebbero contribuito a soddisfare il fabbisogno del trasporto su rotaia.

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Figura 2 – Il giorno dell’ inaugurazione dei binari: in primo piano, seduti sul carrello, Erminio Sipari, presidente del Parco Nazionale d’ Abruzzo e Don Alessandro Ursitti, parroco di Opi.

Verso la fine degli anni Trenta, all’ interno della segheria erano impegnati più di venti operai, i quali, generalmente suddivisi in coppie, manovravano i seguenti principali macchinari: tre furgati (dei rulli muniti di lamine), cinque seghe a nastro e una sega circolare. Per ovviare alla mancanza di corrente elettrica, questi macchinari erano in contatto tra di loro attraverso una cinghia di trasmissione che permetteva la messa in funzione degli stessi poiché azionata da una caldaia che produceva l’ energia cinetica necessaria. Invece, per rifornire l’ impianto di acqua, venne installato sulla vicina sponda del torrente Fondillo un sistema di pompaggio. Per quanto riguarda il trattamento dei semilavorati, al fine di aumentare la resistenza del legno, veniva praticato il trattamento di vaporizzazione. Ovvero, all’ interno di alcune vasche (oggi ancora visibili al lato del capannone principale), il legno di faggio era sottoposto a riscaldamento mediante vapore prodotto da una fornace adiacente (oggi ricollocata nel suo sito originale ma purtroppo non visitabile da parte del pubblico). Al termine del processo lavorativo, i semilavorati venivano stoccati nell’ ampio piazzale prospiciente il complesso della segheria dal quale venivano poi caricati su automezzi adibiti al loro trasporto verso le differenti destinazioni.

Figura 3 – Le vasche di vaporizzazione.

Figura 4 – La fornace.

La segheria di Val Fondillo, come qualsiasi altro moderno impianto industriale, seguiva l’ evolversi repentino della tecnologia dato che chi vi cominciò a lavorare negli anni successivi a quelli del secondo conflitto mondiale non vide mai né i binari che collegavano la bassa Val Fondillo con il Fosso di Ciccio, sostituiti dal trasporto dei tronchi su gomma, né il trattamento di vaporizzazione. Inoltre, nel secondo dopoguerra, alla segheria arrivò l’ elettricità che oltre ad attivare i macchinari consentiva anche l’ illuminazione dello stabile, permettendo in questo modo un allungamento dell’ orario di lavoro durante le giornate più corte dell’ anno.

Figura 5 – L’ alternatore, risalente al 1949, grazie al quale si produceva l’ energia elettrica per l’ intera segheria.

Però, parlando dell’ impianto industriale di Val Fondillo, bisogna menzionare non soltanto i cambiamenti tecnologici ma anche quelli sociali dato che gli uomini impiegati nella segheria, per sei mesi all’ anno (dalla primavera fino al principio dell’ inverno), non erano più soltanto contadini e allevatori ma anche operai.[4] Così, in questo lembo dell’ Alto Sangro, si verificò, seppure in uno stato embrionale, quanto accadeva in altre aree italiane ed estere, già influenzate da un certo sviluppo industriale.

Infine, i macchinari della segheria, che fino ad allora avevano inghiottito migliaia di piante di faggio all’ anno, vennero spenti definitivamente alla metà degli anni Sessanta del XX secolo a causa sia di mutate condizioni interne alla gestione dell’ impianto che ad una crescente sensibilità delle autorità competenti e dell’ opinione pubblica nei confronti di un rapporto di maggiore equilibrio tra le attività umane e la natura del Parco.[5]

In conclusione, quello della segheria di Val Fondillo resta un capitolo unico della storia recente di quest’ angolo dell’ Alto Sangro di cui rimangono poche tracce materiali dato che la maggior parte dei macchinari è purtroppo andata dispersa a seguito di alterne vicende.

 

 

* Ringrazio Giorgio Cimini per la condivisione delle video interviste da lui realizzate dalle quali il presente articolo trae la maggior parte delle informazioni riportate così come un sentito ringraziamento, per la collaborazione e le preziose testimonianze, va ad Antonio Ursitti e Pietrantonio Leone, rispettivamente operai della segheria di Val Fondillo tra il 1938-1940 e il 1964-1965.

 

[1] Cimini Nicola Vincenzo, Genesi, Vita e Storia delle Terre dell’ Orso, Opi 2010, p. 152.

[2] I boschi di Val Fondillo erano animati anche da altre figure, quelle dei carbonai che dalla vicina Ciociaria si trasferivano stagionalmente con le proprie famiglie.

[3] Altre mbòštë molto utilizzate erano quelle delle località Fosso dell’ Arciprete e Coccia Grande.

[4] Occorre ricordare che anche alcune donne furono coinvolte nelle attività lavorative della segheria. Difatti, il loro compito era quello di rammendare i sacchi utilizzati per trasportare gli scarti della lavorazione dei tronchi.

[5] Dal punto di vista ambientale, i boschi di Val Fondillo, grazie al loro veloce recupero, non mostrano oggi alcun segno dell’ attività pluri quarantennale della segheria.

 

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